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Caccialepre

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È una pianta erbacea selvatica perenne (Reichardia picroides L. Roth o Picridium vulgare Desf.), appartenente alla famiglia delle Compositae e inclusa nel genere Reichardia o Picridium secondo altri autori, presente in parte dell'Italia Settentrionale e in tutta quella Centro-Meridionale, conosciuta anche con i nomi dialettali di caccialebbra, latticino, lattughino, latticrepolo, talegua, terracrepolo, paparrastello, pizzarello. In Toscana è conosciuta anche con il nome di terracrepolo per la sua tendenza a svilupparsi nei “crepacci”. Il termine “caccialepre”, che viene spesso usato anche a proposito di altre erbe, può derivare dal fatto che è stato notato che di notte la lepre ha l’abitudine di andare nei campi a mangiare le erbe selvatiche, tra le quali, sembra che preferisca proprio questa, per cui il cacciatore, per cacciare la lepre, si nascondeva vicino ad un luogo dove cresceva questa erba ed aveva così la preda assicurata. Il termine “picroides”, invece, deriva dal greco pikròs che significa “amaro, acre”, trasformatosi in picris in lingua latina, che i dizionari traducono con “insalata amara”, ma che troviamo citata da Plinio nella sua monumentale “Storia Naturale”, quando parla della lattuga (XIX 126), dove definisce questa erba chiamata picris come “Pessimum autem genus cum exprobratione amaritudinis appellavere picrica”, ossia come la qualità peggiore di lattuga, forse perché troppo amara. Nelle nostre zone della Maremma, al contrario, abbiamo imparato ad apprezzarla utilizzandola in piccole quantità insieme con altre erbe selvatiche meno amare.

Botanica  Questa pianta presenta una radice legnosa, nerastra, tenace, che secerne un lattice di gusto dolciastro. Le foglie della rosetta basale di forma ovale allungata, variamente dentellate, che ben aderiscono a terra, si presentano di colore verde pisello, un poco opache, mai lucide, mentre quelle presenti lungo il fusto sono avvolgenti e cuoriformi; possiamo trovare qualche piantina con delle macchie rossastre sulle foglie e qualche altra di colore quasi rosso ruggine. Da questa rosetta  emerge uno scapo, alto fino a 40. I fiori sono riuniti in capolini di un colore giallo con sfumatura vagamente aranciata. Il frutto è molto piccolo per cui viene trasportato lontano dal vento, anche grazie al pappo che lo circonda. Alcuni agronomi hanno tentato, senza successo di coltivarla a scopo commerciale.

Luoghi di raccolta Possiamo trovarla in ambienti naturali caratterizzati da una vegetazione mediterranea, lungo il mare fra le dune di sabbia miste a scogli, dove questa pianta può raggiunge dimensioni doppie (fino al metro di altezza) di quella rinvenuta nelle straducole di campagna, nei prati incolti, sui terreni sassosi e tra i ruderi.  Se la pianta viene raccolta in primavera lasciando la radice, rigenera prontamente formando delle nuove foglie. La fioritura avviene tutto l’anno, così come le foglie persistono in ogni stagione assumendo, però, un colore più scuro al sopraggiungere dell’estate. Questa erba si può confondere facilmente con altre erbe, come il Lattugaccio (Chondrilla juncea L.) o la Lattuga alata (Lactuca viminea L), data la somiglianza negli stadi giovanili, ma questo non comporta alcun rischio per la salute dal momento che si tratta di erbe mangerecce, utilizzabili alla stessa maniera del caccialepre.

In cucina La rosetta va troncata a livello del terreno con un coltello in modo da non ledere la radice. Il taglio provoca la fuoriuscita di una modesta quantità di latice bianco e dolciastro (cosa che le ha procurato anche il nome di “latticino”); questo per contatto annerisce la pelle, ma è innocuo e può essere facilmente rimosso con olio. In cucina si utilizza la rosetta basale quando è giovane e verde, cioè prima che la pianta emetta lo scapo fiorale. Le foglie più tenere, che entrano a far parte del cosiddetto “mischietto caninese”, si possono mangiare per quasi tutto l’arco dell’anno, crude in insalata, meglio se insieme ad altre erbe selvatiche, a comporre la tradizionale misticanza, condite con semplice olio extravergine d’oliva di produzione locale e sale, oppure con una salsa di acciughe come quella che si usa con le puntarelle romanesche. In alcune località della nostra provincia queste rosette basali vengono anche incluse nel gruppo di erbe utilizzate per fare le zuppe vegetali caserecce, come l’acquacotta della Tuscia o la zuppa viterbese di “gialloni con le erbarelle”. Una volta sbollentata questa erba può essere ripassata in padella con aglio e pomodoretti. I bocci dei fiori quando sono ancora chiusi in passato venivano anche utilizzati al posto dei capperi.

 

 

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