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È il nome comune della Artemisia genipi o Artemisia spicata, denominata anche assenzio, genepì a spiga, genepì vero. Si tratta di una pianticella selvatica pregiata e molto ricercata per la composizione di liquori, appartenente alla famiglia delle Compositae, genere Artemisia, un gruppo numeroso di piante, tutte identificate genericamente con il nome di “assenzio". Oltre all’A. genipi, esistono altri due ibridi selvatici che verranno descritti più oltre. Quelle che vanno sotto il nome di “genepì” sono delle artemisie che si sono adattate alla vita in alta quota, il che si manifesta nella loro taglia tozza e massiccia, e anche nella presenza della peluria setosa che serve a proteggerle dai grandi freddi. Infatti crescono sotto la neve a grandi altitudini, tra i 1.600 e i 3.500 metri e sono limitate a certi areali della Val d’Aosta, del Trentino e in qualche parte delle Alpi liguri, delle Alpi piemontesi, di quelle svizzere e della Savoia.

Botanica  La vera artemisia genepì è una pianta erbacea perenne, con base parzialmente lignificata, ampiamente ramificata per formare un piccolo cespuglio basso, un cuscino, come si dice, adatto per poter resistere ai freddi intensi, alla neve e ai venti gelidi. Tutta la pianta ha un aspetto sericeo-argentino, ed emana un forte odore aromatico. Le piccole foglie basali, di colore verde-grigio, sono suddivise in lobi e coperte da una peluria setosa, i fiori sono gialli, riuniti in capolini o in spighe; l’intera pianta, alta più o meno una decina di centimetri, emana un aroma amaro e pungente, simile a quello dell’assenzio; i frutti, a bacca nera, hanno un sapore zuccherino. La fioritura avviene in estate, fra giugno e luglio. Coltivare queste piante non richiede altra attenzione che quella di assicurare loro le stesse condizioni in cui prosperano in natura. Si può partire dal seme, procurandoselo nei campi ed interrandolo in autunno. Oppure si può cercare di scerpare qualche ramo basso con un tratto di fusto e qualche radice, per ripiantarlo subito dopo nell’orto. Qualora ciò non riuscisse, si può sempre far ricorso alla talea estiva di fusto legnoso.

In Erboristeria Nelle regioni di alta montagna dove crescono, e soprattutto in Savoia e in Svizzera, ai genepì, molto apprezzati dai camosci che li brucano, viene attribuito il potere di guarire ogni tipo di malanno, dato che in essi si troverebbero particolarmente concentrate le virtù delle artemisie. Energici stimolanti, febbrifughi e anche emmenagoghi, i genepì entrano nella composizione di efficaci vulnerari e antisettici. Il loro infuso sarebbe estremamente efficace contro il mal di montagna. Detto in altri termini, si tratta di piante in grado di soddisfare precisamente i bisogni degli uomini (e degli animali) che vivono negli ambienti dove esse crescono: siamo insomma in presenza di una di quelle “coincidenze” che erano state notate e sfruttate dai nostri “antenati” per fabbricare quei rimedi popolari oggi messi in dubbio dalla scienza moderna.

In liquoreria La fama delle piante di genepì è dovuta soprattutto all’uso che se ne fa per produrre alcuni liquori; infatti queste piante vengono usate nella preparazione di quelle sapienti macerazioni inventate un tempo dai Monaci giardinieri, ad esempio la Chartreuse e la Benedectine, che non solo hanno un sapore gustoso, ma a volte sono considerati salutari. È della loro storia che narra in modo molto divertente uno dei più celebri racconti delle Lettres de mon moulin, “L’elisir del reverendo padre Gaucher". Il liquore più famoso che porta il nome di Genepì è un prodotto tipico valdostano, in cui l’erba suddetta ha una parte preminente rispetto ad altre erbe aromatiche. Per prepararlo, si raccoglie l’erba e la si fa seccare con gli altri aromi; il tutto viene poi posto in infusione nell’alcol (o nella grappa), distillato e fatto invecchiare: il liquore si ottiene dopo un anno e mezzo. In questo caso, ha colore giallo paglierino, sapore pieno, erboso, amarognolo. Se si utilizzano invece erbe verdi, il colore sarà verde e il gusto meno pronunciato. La gradazione alcolica è di 40° circa; si consuma come digestivo o corroborante. La ricetta classica prevede che il liquore si ottenga facendo macerare in alcol le piantine di genepì (40 per litro) per circa 15 giorni. A parte si prepara uno sciroppo di acqua e zucchero (la quantità di quest’ultimo varia a seconda del tipo di liquore che si vuote ottenere, più o meno dolce) che andrà poi mescolato all’infuso. Dopo aver filtrato accuratamente il tutto, s’imbottiglia e si lascia riposare per un paio di settimane. Esistono tre tipi di liquore Genepì:

*Genepì aute montagne, motto secco, di colore verde e gradazione alcolica del 44 per cento;

*Genepì Classico, giallo, più morbido e meno alcolico (36 per cento);

*Genepì Bianco, dal gusto intermedio (39 per cento). Purtroppo, il successo commerciale di questi liquori provoca oggi una raccolta eccessiva di queste piante rare, che minaccia di mettere in pericolo l’esistenza stessa dei genepì in molte località delle Alpi e dei Pirenei, per cui sono diventate piuttosto rare, tanto da essere state incluse fra le specie protette. Proprio per questa ragione, oggi soltanto le ditte produttrici di questi liquori, previo rilascio di licenza particolare, sono autorizzate a raccoglierle. Esistono anche due ibridi selvatici:

=L’Artemisia Mutellina (o A. laxa o A. umbelliformis) è il “genepì giallo o “genepì bianco”. Sebbene sia alto quanto il precedente, si può trovare anche a un’altezza inferiore, tra i 1.300 e i 3.700 m su Alpi e Pirenei. Più diffuso del vero genepì, gli assomiglia molto, ma le sue foglie sono ancora più frastagliate e i suoi fiori giallastri formano delle spighe allungate e flessibili.

=L’Artemisia Glacialis Si tratta del cosiddetto “genepì nero", una piccola pianta molto aromatica, che cresce sui prati dei terreni franosi e delle morene. Essa vive soltanto sulle Alpi occidentali, ed è molto rara. Le sue foglie sono bianche su entrambe le facce e i suoi fiori gialli formano delle piccole infiorescenze molto compatte sulla sommità dei fusti eretti.

 

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